
La domenica è tutta un’altra cosa, c’è chi si diverte, c’è chi si
riposa… In una domenica
di un inverno che pare primavera, appena al di là delle Alpi, c’è
anche chi si infila nell’abitacolo di un’auto da corsa e va ad
affrontare l’ultima delle diciotto prove speciali di un Monte-Carlo
finalmente tornato ad avere un posto che non avrebbe mai dovuto perdere.
E c’è chi aspetta la fine della gara passeggiando pigramente sul porto
del Principato. Sono uno di questi: quel po’ di esperienza messa
insieme mi ha insegnato che vale
quasi sempre la pena far due chiacchiere con protagonisti e comprimari
prima che si infilino nel parco assistenza.
Ma questa volta non sono state solo le esigenze, diciamo così,
professionali a spingermi sulla banchina est dell’esclusivo approdo
monegasco: il controllo è stato piazzato all’ingresso della curva del
tabaccaio, dove stava abitualmente negli anni eroici della specialità.
Dov’era anche trentanove anni fa, quando Jean-Claude Andruet
festeggiava la sua prima vittoria iridata.
Ebbene sì: mi sono
voluto concedere un tuffo nel passato. Per vedere l’effetto che fa.
Non è cambiato poi molto: gli yacht sono più grandi, molto più grandi e
battono bandiere di stati esotici e al posto dei commissari incaricati
di controllare che tutte le lampadine delle vetture con i numeri
dipinti sulle portiere funzionassero, ci sono gli addetti alle bilance
elettroniche. Però il
clima è ancora quello di allora.
Pur diversi, i personaggi che ingannano l’attesa del rompete le righe,
dicono con gli occhi che, nelle loro menti e nei loro cuori, la
soddisfazione della missione compiuta si mescola la melanconia di
un’altra pa gina che sta per finire.
C’è Xavier Mestelan-Pinon, c’è
Christian Loriaux, c’è David Lapworth. Ripenso a Cesare Fiorio e a quel
gelido “Ti sei fatto battere anche da Lindberg” con il quale,
in quel
lontano ’73 accolse Kallstrom. Non mi era
piaciuto, allora.
“Invece che far avere il premio Under l'estate prossima, la nostra federazione avrebbe
potuto fare in modo che almeno Simone Campedelli fosse al via di questo
Monte-Carlo. Avrebbe avuto una buona auto e penso che
avrebbe saputo cavarsela bene. E farsi notare dai
grandi capi della Citroen Racing”.
Uno
dei personaggi più attenti a come girano le cose nel Bel Paese, un
amico, mi riporta al presente. Bruscamente, dolorosamente. Già, avrebbe potuto. Ma non l’ha
fatto,
ancora una volta gli inquilini del palazzo non hanno fatto niente, ma
proprio niente, per valorizzare il vincitore del Campionato Italiano
Junior. Come Stefano
Albertini un
anno fa, anche il ragazzo romagnolo non è stato aiutato a mostrare il
proprio talento su un palcoscenico che ha mostrato di meritare.
Angelo Sticchi Damiani e i di lui sodali hanno altro per la testa,
valorizzare i giovani migliori non rientra fra le loro priorità. Eppure basterebbe poco per dare
una spinta a tutto il movimento: lo spiega con molta chiarezza Michel
Lizin,
collega di lungo corso. Ragguagliandoci anche su quanto è costato alla
federazione belga lanciare Thierry Neuville: meno della centesima parte
di quanto, in questi anni, l’Automobile Club d’Italia ha versato in
quel pozzo senza fondo che è il Rally d’Italia-Sardegna.
Buona lettura. |